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Si scrive immenso, si legge Cristiano

di Massimo Ciccognani

Si scrive immenso, si legge Cristiano Ronaldo. Alla faccia di chi ancora si interroga sul portoghese. Segnare tre gol in una partita non è mai facile, figurarsi in un match di coppa del mondo contro un avversario quotatissimo come la Spagna. Cristiano c’è riuscito, proprio ieri sera, stabilendo un altro record, quello di essere sempre andato a segno in tutti e quattro i mondiali cui ha partecipato. In tutto sei reti, che non sono poche. Numeri da record, che però non dicono appieno della grandezza di questo calciatore, devastante, sempre decisivi, soprattutto quando conta. Tre gol alla Spagna, ognuno diverso nella tipologia: freddo nel calciare il rigore dopo quattro minuti, velocità di esecuzione in occasione del secondo gol, straordinaria l’esecuzione sul calcio di punizione che ha dato il pari ai suoi proprio quando le lancette dell’orologio stavano scandendo gli ultimi secondi di gara.  Si è preso gli applausi di uno stadio intero, come gli capita spesso, come gli era capitano a Torino dopo quella rovesciata con i piedi arrivati fino alle porte del paradiso per poi battere inesorabilmente Gigi Buffon che alla fine, pur sconsolato, non ha potuto che battere le mani alla leggenda. Perché se nel Real tutto potrebbe sembrare (ma non lo è) più facile per la qualità della squadra di Madrid, con il Portogallo l’impresa assume altri valori. Si è preso sulle spalle una squadra non propriamente top, campione d’europa in Francia nel 2016, ma che contro la Spagna ha dimostrato limiti propri di una squadra di seconda fascia. L’effetto Ronaldo è stato anche ieri sera devastante. Quattro tiri, tre gol, chirurgico. Cristiano è un attaccante speciale, non solo leggenda sul terreno di gioco dopo riesce a fare cose pazzesche, ma soprattutto un punto guida per i suoi compagni, per lo spogliatoio. Trentatre anni e non sentirli, e infatti non li sente perché nella sua maniacalità lavorativa, non conosce avversario che sappia tenere i suoi ritmi. Si allena, lavora e suda per essere sempre il migliore, quello che sognava di diventare da ragazzo dopo quell’operazione al cuore che ha rischiato da bambino di oscurare uno dei grandi della storia del football. Noi in Italia lo chiamiamo destino, in Portogallo si chiama fado. Eppure il fado portoghese e il destino di casa nostra, sono andati a braccetto: il “fado” portoghese è il destino dove era scritto che Cristiano dovesse diventare il più forte al mondo, e poi quel destino italiano che in portoghese significa meta, l’obiettivo da raggiungere. Destino e fado hanno fatto di Cristiano una incredibile macchina da guerra. Vive a pane e pallone, si emoziona ancora oggi nonostante la carriera gli abbia riservato soddisfazioni enormi, ma lui è come un bambino che sorride a ogni traguardo raggiunto. E lavora per migliorarsi sempre, giorno dopo giorno. I numeri fanno parte della storia, le sue prestazioni, i suoi gol, bellezza per gli occhi. Trentatre anni e davanti ancora altre meravigliose pagine da scrivere. Alza il broncio, ogni tanto, proprio come i bambini ai quali togli un giocattolo. Come nella querelle sul suo futuro al Madrid sull’adeguamento congrattuale. Non una questione di soldi, ma di dignità, perché sa, e dimostra, di essere il numero uno al mondo, decisivo, con Madrid e col Portogallo. Le tre champions di fila del Real sono figlie legittime dei suoi gol. Ci pensi bene Florentino Perez e lo faccia firmare a vita. Perché certi calciatori quando li hai in squadra, devi saper tenerteli stretti. A qualsiasi età.

 

 

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