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Tango, paludi e calcio

Paolo Tagliaferri *

Sistemando le carte e le foto del mio recente viaggio in Argentina, trovo una rivista sportiva acquistata nell’edicola di fronte all’albergo in Plaza de la República, a Buenos Aires. Avevo letto un bell’articolo sulla finale del 1978. C’era una foto di Daniel Passarella con la coppa in mano. Mi vengono in mente film e libri bellissimi: “Garage Olimpo” di Marco Bechis, “Il segreto dei suoi occhi” di Juan Jose Campanella, “Kamchatka” di Marcelo Piñeyro (dall’omonimo romanzo di Marcelo Figueras). La nostalgia (avevo 10 anni) produce curiosità. So chi mi può aiutare. Uno che ha la faccia di Ricardo Darín e i numeri di Jean Claude Izzo. Uno che ha scritto un romanzo bellissimo proprio su quegli anni e non solo. Il vantaggio è che non devo andare sino a Buenos Aires o a Marsiglia per parlarci. Monto in auto: raccordo anulare, Pontina e arrivo. L’appuntamento è all’approdo di Rio Martino, dove i natanti sono attraccati al molo di Latina. Da una parte i laghi costieri di Fogliano e Monaci e dall’altra il mare aperto. Gian Luca Campagna, 48 anni, giornalista e ghost writer. Nel suo ultimo romanzo, “Il profumo dell’ultimo tango” (Historica, 400 pp, euro 18), passato e presente si alternano: Buenos Aires e la farsa dei Mondiali di calcio di Argentina 78, il 2018 con le sue contraddizioni. Se durante la feroce dittatura militare di Videla scomparivano gli oppositori ecco che a distanza di 40 anni a sparire sono i nipoti appena adolescenti delle persone che avevano aderito a quel regime favorendo il triste fenomeno dei  desaparecidos, gli oppositori che sparivano nel nulla.

Ordiniamo in un bar scalcinato. Io un caffè, lui un rum. il cameriere azzarda: “Alle tre del pomeriggio?!”. “Bravo. Non ho preconcetti”, taglia corto Campagna. Gian Luca ha un fisico imponente, barba di tre giorni, capelli da personaggio picaresco. Buona forchetta e buon bevitore. È facile chiedergli quanto è importante la tradizione della letteratura latinoamericana nel suo modo di scrivere. “Non c’è solo quella –mi riprende sorseggiando il suo liquore – i paradossi e le situazioni grottesche e i personaggi surreali che ho provato a descrivere sono quelli cari a due autori che ho amato molto, Osvaldo Soriano e Luìs Sepùlveda. Per la verità, Josè Cavalcanti il detective del mio romanzo, è un omaggio a Manolo Montalbàn e al suo Pepe Carvalho, ma c’è anche Jean Claude Izzo e Bruno Morchio, perché Baires somiglia a Marsiglia, come a Napoli, Genova e Barcellona: è uno spicchio di Mediterraneo in Sud America. Izzo diceva che Marsiglia è un porto che accoglie, mentre Camus scriveva che le città s’approcciano dal mare. È vero, è così: l’acqua è vita, il mare è fratellanza e collegamento. E Buenos Aires non sfugge a queste regole non scritte, appartiene agli uomini che vogliono ricominciare e cercano, tragicamente, un riscatto”. Sparo subito: “E il calcio?”.

Il calcio è uno strumento per raccontare, lo sfondo ideale per le mie storie. Dall’esordio con “Molto prima del calcio di rigore” (2015) al recente “Finis terrae” (2016, vincitore del Premio Romiti categoria esordienti) passando per il racconto inserito nello storico Giallo Mondadori nella raccolta antologica “Giallo di rigore”. Il calcio resta una festa popolare che accorcia le distanze di comunicazione, non è certo più quella sacra rappresentazione di cui favoleggiava Pasolini, e non lo è da molto tempo. In Argentina si è sublimata la farsa del fútbol, che da passione popolare s’è trasformata in un dramma, consolidando, purtroppo, il legame col potere delle dittature. L’Occidente s’è voltato dall’altra parte ben sapendo cosa stava accadendo da anni lì, La gioia al Monumental per la conquista della coppa, quel 25 giugno del 1978, si contrapponeva agli orrori delle torture che accadevano all’Esma (Escuela de Mecánica de la Armada) , a poche decine di metri. E poi la combine de la Marmelada Peruana (Marmellata Peruviana, il nostro biscotto per intenderci), non tanto la vittoria sul campo dei padroni di casa così sospetta nei confronti dell’accomodante Perù ( Argentina 6 – Perù 0) , quanto i legami tra i due governi (e i dubbi sul portiere del Perù, di chiare origini argentine) e la volontà di cambiare, in corsa, il programma da parte della Fifa, anticipando la gara tra Brasile e Polonia, in modo che l’Argentina già sapesse quante reti in più doveva segnare per andare in finale: scandali su scandali, che hanno infangato uno sport bellissimo e una competizione che è sinonimo di fratellanza tra popoli”.

Lo osservo e insisto: “E cosa rimane oggi del calcio?”. Il calcio appartiene alla franchigia delle emozioni e resta uno straordinario veicolo sociale”, sorride. Continuo: “Per quale squadra tifi?”. Se nasci a Roma ti viene quasi naturale tifare Roma o Lazio, a Milano Inter o Milan, a Firenze tieni per la Fiorentina, a Latina perché non tenere per i nerazzurri? Certo, oggi annaspiamo in serie D, ma veniamo da quattro stagioni di B e una A mancata per 40 minuti. In verità ho anche sempre tifato Roma, ma quando la squadra della tua città comincia a disputare campionati importanti allora non puoi continuare ad essere un apolide calcistico ed esiste solo lei per una fusione squadra-città che poi esalta il senso di comunità, soprattutto se vivi in provincia”. Verrebbe anche naturale chiedere a Campagna come si sarebbe comportato Josè Cavalcanti, il suo detective, se avesse vissuto durante quei Mondiali dell’orrore. “Cavalcanti ha 5 anni quando si giocarono quei Mondiali, è contagiato dalla festa dei familiari e della gente comune, soltanto la madre percepisce che le sparizioni di giovani –tra cui la figlia- non sono volontarie. È il regime che ha ovattato tutto, creando questo clima falsamente gioioso, ma è un errore credere che quella fosse una volontà solo militare, lo fu anche clericale e civile. Se Cavalcanti fosse stato adulto credo non sarebbe sopravvissuto, certo non avrebbe partecipato alla festa gioiosa di un popolo che era stato illuso con l’oppio del pallone”. Rifletto, portano un altro caffè e un altro rum. Desaparecidos, torture, voli della morte, la feroce e assassina giunta militare di Videla, le Madres de plaza de Mayo, il perverso rapporto tra calcio e potere, l’indifferenza dei mass media e dei governi occidentali, le vendette trasversali postume. “Ho scritto questo romanzo perché l’orrore non ha una scadenza. Gli argentini indicano quel periodo col “Nunca Màs”, dobbiamo capire che nella cultura occidentale non esiste solo il dramma della Shoah e delle Foibe, esistono altri genocidi che vanno sempre denunciati, perché la memoria è il grande antidoto all’indifferenza. Chi scrive ha una missione culturale: quella di trattare questi temi. Certo, se lo fai con lo spirito del romanziere, devi sedurre il lettore con storie verosimili, non soltanto fotografando la realtà e denunciando le storture del nostro mondo. L’intrattenimento e l’evasione sono dei punti obbligati per proiettare il lettore in un’altra dimensione, in un altrove dove c’è solo lui e la tua opera”. Ripenso ai capelli lunghi e all’impermeabile nero di César Luis Menotti, l’allenatore della Selección , detto “el flaco”, il magro. Al suo passato da militante comunista e alle sue buone letture. Ripenso a Maradona escluso dai mondiali del 1978 perché troppo giovane. Ricordo Kempes, il capellone. I “cronopios” e i “famas” di Cortázar, e i labirinti di Borges. Il tango e la musica del Bandoneón.
Penso che Campagna abbia scritto un romanzo importante. “Quelli che si vantano di vivere solo il presente mi fanno un po’ pena, come quelli che entrano al cinema a film già iniziato o bevono solo Coca light: si perdono il meglio”. 
“Che ne pensi di questa frase di Marcelo Figueras, presa dal suo straordinario Kamchatka?”. Colpito. E’ proprio il senso del mio romanzo. Tagliaferri ora ti saluto”. Scola il suo terzo rum, si alza, mi abbraccia e si allontana fischiettando come un adolescente.

* Avvocato penalista e scrittore

Uno dei sei gol segnati dall’Argentina nel match “scandalo” contro il Perù
La copertina del libro di Gianluca Campagna “Il profumo dell’ultimo tango”
L’Escuela de Mecanica de la Armada

 

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