Francesco Raiola
C’erano stagioni in cui il calcio non aveva bisogno di slogan, né di numeri a effetto. Bastava uno sguardo, una fascia al braccio, il rumore sordo dei tacchetti sul cemento degli spogliatoi. La stagione 1991-1992 del Venafro appartiene a quel tempo lì. E in quella stagione, al centro del campo, c’era Maurizio Carfizzi. Centrocampista, capitano. Due parole che oggi sembrano quasi logore, ma che allora pesavano come pietre. Perché capitano non era chi parlava di più, ma chi sbagliava meno. Chi restava in piedi quando la partita si sporcava, quando il campo diventava storto e l’arbitro lontano. Maurizio era questo: equilibrio. Ordine. Presenza.
Il Venafro di quegli anni non cercava eroi, cercava uomini. Squadre costruite senza fronzoli, con un’anima profondamente locale e la consapevolezza che ogni domenica andava guadagnata metro dopo metro. Il capitano doveva essere il primo a dare l’esempio, il primo a stringere i denti, l’ultimo a mollare. E Maurizio quella fascia non la indossava: la reggeva. In mezzo al campo non faceva rumore. Non era il tipo da strappi plateali o colpi da copertina. Era quello che sistemava gli altri. Che accorciava, che richiamava, che parlava poco e giusto. Il calcio anni Novanta, soprattutto in provincia, aveva bisogno di questo: giocatori che capissero il gioco prima ancora di giocarlo.
Fu capitano in un’epoca in cui la parola aveva ancora un peso. Con i compagni, con l’allenatore, con la città. Perché a Venafro, come in tante piazze simili, la squadra era un’estensione della comunità. E chi portava la fascia portava anche una responsabilità che andava oltre i novanta minuti. Poi, come succede spesso ai calciatori veri, non a quelli raccontati, arrivò il dopo. Una vita normale, solida, lontana dai riflettori: la Banca, il lavoro quotidiano, la continuità. Un altro modo di essere affidabile. Un altro modo di essere capitano, senza più una fascia al braccio. Ma Maurizio non aveva mai smesso davvero di stare dentro il calcio. Lo aveva fatto con la parola, con il pensiero, con il confronto, con gli amici, con i tornei senior. La collaborazione con Footballpress non era un passatempo: era la prosecuzione naturale di una passione vissuta sempre con misura e profondità. Commenti, riflessioni, discussioni mai urlate. Sempre coerenti. Sempre riconoscibili.
Perché chi è stato centrocampista, e capitano, il calcio lo guarda in un modo diverso. Ne sente i tempi, ne capisce i silenzi. Sa quando una squadra è vera e quando è solo assemblata. E Maurizio, anche da fuori dal campo, continuava a fare quello che aveva sempre fatto: tenere insieme le cose. Oggi Maurizio Carfizzi non c’è più. Ma resta nel modo in cui viene ricordato. Resta in una fascia consumata dal sudore, in una domenica qualunque al Marchese Del Prete, in una riga scritta con garbo su un sito di calcio. Perché nel calcio di provincia, quello autentico, non sopravvivono i nomi urlati. Sopravvivono quelli che hanno saputo dare equilibrio, prima in mezzo al campo e poi nella vita. E quelli, come lui, non se ne vanno mai davvero.





