LUIS ENRIQUE

Quel bacio al cielo che vale più della Champions

Nella foto: Luis Enrique - Credit Uefa - (Photo by Michael Regan - UEFA/UEFA via Getty Images)

Massimo Ciccognani

E’ la vittoria di Lucho, l’uomo dalle decisioni forti, quello che nel breve volgere di appena un anno ha cambiato il volto del Psg fino a farlo entrare nell’elitè del calcio europeo e mondiale. Era l’estate del 2023 quando assunse la guida tecnica del Psg, una squadra ferita, tradita da risultati mai arrivati, figlia del protagonismo sviscerato di tanti talenti che però non avevano il comune senso del dovere (calcistico). Via i pezzi pregiati, un calcio sonoro a stelle che brillavano solo a corrente alternata, il narcisismo di campioni che giocavano per loro stessi, mai da squadra. Lucho ha cambiato il corso della storia, protetto da una proprietà vogliosa di vincere e scrivere la storia. Via Messi e Neymar, i primi a lasciare Parigi, poi è toccato a Mbappè e nessuno si è strappato i capelli. Dentro giovani di prospettiva ma anche di qualità. Il Psg è cambiato, il vento è tornato a soffiare forte all’ombra della Torre Eiffel. La Champions dello scorso anno a Monaco, bissata da quella di stasera a Budapest, una Supercoppa Europea, con in mezzo il mezzo passo falso nella finale del Mondiale per Club, dettato più dalla stanchezza. L’asturiano ci ha messo tanto del suo, cultura del lavoro, idee che hanno portato a costruire una squadra dai connotati ben precisi: ferrea nella politica del marcamento, sviluppo dell’azione sempre in verticale. La proprietà gli è stata vicino, ha creduto nella sua idea di calcio e il mercato ha portato a Parigi giocatori funzionali. Calciatori che non si sentivano sazi, che avevano voglia di spaccare il mondo, ma soprattutto una identità di squadra che prima non c’era. E’ nato così il Psg del futuro. E’ bastato chiudere con il passato, con gli ingaggi di campioni che non avevano più fame, o quanto meno si sentivano il centro di gravità del club, e dentro ragazzi non meno costosi, ma più propedeutici al calcio di Luis Enrique. Lui è un vincente nato, ma lo era anche quando non incideva, quando non veniva capito. Adesso, in molti, si mordono le mani, per aver perduto un fuoriclasse della panchina, un uomo vero, che insegna calcio, che sa diventare un tutt’uno con i suoi calciatori. Che lo amano. Come lo amava De Rossi alla Roma, forse l’unico ad aver capito che dietro quel personaggio c’era un fuoriclasse. Un uomo che la vita ha segnato profondamente con la perdita della figlia Xana, morta a nove anni, strappata crudelmente alla vita. Lui la sente sempre vicino, cin parla e poi quello sguardo e un bacio al cielo mentre esulta, sapendo che Xana sta festeggiando, magari da un’altra parte, ma è e rimarrà sempre la colonna sonora della sua vita. Ora il Psg è nella storia, Luis Enrique, che ha vinto la terza Champions, nella leggenda. Quella di un uomo vero, semplice e dalla faccia pulita. Per vincere non serve altro.

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