Prescindere da Messi: possibile? La domanda è retorica, e per giunta a risposta negativa. Parlano i numeri: il Lionel Messi pulce bagnata delle prime apparizioni ai Mondiali è un lontano ricordo. Il numero 10 è il padrone della competizione, non solo dal trionfo in Qatar: con 21 marcature nella fase finale, Messi arriva alla sfida alla Spagna con la corona del goleador di tutti i tempi. Suo anche il record degli assist (12, ha scalzato Maradona che si fermò a 8) e chiaramente del contributo ai gol (33, sommando i due dati citati poc’anzi: quasi il doppio rispetto ai gol e agli assist messi assieme da Pelè). L’impronta del suo piede è ormai indelebile sul profilo della Coppa.
Alla domanda dell’incipit aveva d’altronde già risposto l’altro Lionel. Scaloni si è trovato catapultato – ormai quasi dieci anni fa – su una panchina rovente, quella della Seleccion appena abbandonata proprio da Messi. Dopo aver accolto il figliol prodigo, gli ha ridisegnato addosso l’Albiceleste. E lo ha fatto partendo dal centrocampo. È lì, nella zona nevralgica, che occorre indagare su cosa “a prescindere” rende l’Argentina una squadra sfuggente ad ogni categoria moderna del calcio. Il possesso palla non è un mantra, ma la verticalizzazione non sarà mai forzata. Nemmeno gli esterni però fanno la spola, del resto il reparto arretrato ha mostrato qui e là una vulnerabilità inattesa.
La chiave allora è tutta in due aspetti: la densità e la tempistica. Sulla capacità del centrocampo argentino di creare una fitta maglia si è scritto molto. C’è tuttavia qualcosa in più rispetto alla muscolarità e alla garra di un Leandro Paredes o di un Rodrigo de Paul che si avventano sistematicamente sul portatore avversario togliendogli il fiato: la visione di gioco, che detta i tempi, è stata l’altra parte del percorso che ha portato la Seleccion di Scaloni fino in fondo. E dopo aver dettato decine di aperture per Messi, in particolare Alexis Mac Allister e Enzo Fernàndez hanno sostenuto progressivamente le azioni offensive, creando situazioni di superiorità.
Ecco allora anche la ritrovata vena realizzativa per Lautaro Martinez e Juliàn Alvarez, costretti spesso ad un lavoro di sacrificio ma liberati, nelle fasi cruciali dei match fin qui disputati, di andare a colpire al momento giusto. Il tango, d’altronde, è così: avvolgente, sensuale, complice. E tenere il tempo è tutto. All’ultimo ballo, inesorabilmente, Scaloni risponde presente.

