Leonardo Tardioli
Quando dopo soli tre squilli di telefono Nevio Scala risponde alla nostra chiamata, l’intervista può (quasi) cominciare, perché prima c’è spazio per un piccolo ricordo legato al suo esordio assoluto in Serie A con la maglia della Roma, avvenuto nella stagione 1966/67, contro il Brescia allo stadio Olimpico e per la prima rete segnata nel massimo campionato italiano che, alla quarta presenza, valse la vittoria per 0-1 e una medaglia regalata dall’allora presidente romanista Evangelisti allo stesso Scala. Nel suo arrivo nella Capitale c’entra il Milan, squadra che ne deteneva il cartellino e che lo inserì in prestito nell’affare che portò Schnellinger e Sormani in rossonero. Calciatori che lo stesso Scala ritrovò un anno dopo sotto la Madonnina e con i quali vinse uno scudetto, una Coppa delle Coppe e una Coppa dei Campioni. Dunque due trofei europei arrivati molti anni prima di quelli vinti da allenatore a Parma.
Mister, possiamo definire Milan-Parma un po’ la sua partita?
“Ho visto di recente alcune sequenze di Milan-Parma del campionato 92-93 e e quelle di quando abbiamo sconfitto il Milan in Supercoppa Europea. Quindi è una partita che mi riporta dei ricordi molto interessanti, molto belli da parte mia come allenatore”.
Il primo che le viene in mente è proprio questo della Supercoppa Europea?
“No, assolutamente, l’anno prima abbiamo sconfitto il Milan dopo 58 partite in cui non perdeva e siamo riusciti a vincere 1-0 a San Siro con un gol di Asprilia e anche quella è stata una delle partite che ricordiamo con grande piacere. Però la Supercoppa Europea credo sia stata una delle partite che il Milan si ricorda con più rammarico perché veramente abbiamo dominato quella partita in maniera incredibile”.
C’è un settore del campo specifico o comunque una cosa specifica che vi ha permesso di avere questo controllo e di dominarla dall’inizio alla fine?
“Abbiamo perso in casa 1-0 con un gol di Papin e quindi eravamo andati a San Siro convinti che non ci fossero possibilità, mentre invece abbiamo giocato un calcio stellare e spettacolare con due gol di Crippa e Sensini. Quella partita ci ha consacrato a livello europeo facendoci vincere questa importantissima gara”.
Scala è stato anche un calciatore del Milan dal 1967 al 1969 vincendo uno scudetto, una Coppa delle Coppe e una Coppa dei Campioni battendo l’Ajax in finale 4-1.
“Sì, sì, certo. Lì ho giocato poco, però ho giocato una partita fondamentale a Glasgow contro il Celtic quando avevamo fatto 0-0 in casa e poi siamo andati là pensando oramai di aver perso la qualificazione, mentre invece il Paron Nereo Rocco mi ha detto: “Se ti faccio giocare cosa dici?”. Risposi “sono pronto”. Infatti ho giocato quella partita e penso anche di aver dato una prova di grande intensità eliminando dal campo uno dei loro giocatori migliori”.
Come definirebbe lo Scala difensore?
“Era un giocatore eclettico, un giocatore che aveva nella forza fisica sicuramente una delle proprie capacità importanti, però era un giocatore che ascoltava molto le indicazioni dell’allenatore e che applicava sul campo tutte le qualità di cui ero in possesso. Ero un giocatore molto disciplinato, tranquillo, sereno, non ero cattivo, però ero fisicamente molto forte”.
Nella stagione precedente al successo in Coppa dei Campioni vincete la Coppa delle Coppe e lei gioca a titolare nella finale contro l’Amburgo.
“Sì, 2-0, a Rotterdam con due gol di Hamrin”.
Ricordi di quella partita?
“Mi sono infortunato subito con una lesione muscolare e lì è intervenuto il medico del Milan con un’iniezione di novocaina e poi ho finito la partita. Alla fine del match mi sono reso conto che l’infortunio che ho avuto era più grave di quello che avrei pensato e poi sono rimasto lontano dai campi per qualche mese”.
In quel Milan c’erano Rivera, Prati, lo stesso Hamrin, Sormani, Trapattoni e Rocco come allenatore.
“C’erano anche Schnellinger, Cudicini in porta, era una grandissima squadra”.
Ci racconta un po’ quel gruppo fatto di tanti campioni?
“Io ero molto giovane, avevo un gruppo di calciatori di straordinaria qualità e quindi non potevo pretendere di giocare molto, infatti ho giocato poco, ho fatto in due anni 13 o 14 partite, però ero in panchina e mi godevo dalla panchina il calcio di questo grandissimo gruppo. C’era anche Malatrasi in difesa, c’era veramente un gruppo che in campo si divertiva ma che era anche tecnicamente molto forte”.
Perchè lasciò il Milan nel 1969?
“Andai via perché quell’anno lì mi sono sposato e quindi Rocco ha pensato che nel primo anno di matrimonio un giocatore pensa più al matrimonio stesso che non al calcio, quindi sono andato a giocare a Vicenza e anche lì è stata forse una delle mie fortune perché ho fatto due anni di attività molto intensa, ero militare e quindi ho giocato tantissimo. Sono maturato e dopo il Vicenza sono andato a Firenze, ho fatto due anni alla Fiorentina, sono tornato a Milano con l’Inter altri due anni, poi sono ritornato al Milan nel 1975 e quindi è stata per me una carriera molto fortunata, molto tranquilla e che ricordo con grande emozione”.
Cosa le emoziona maggiormente della sua carriera da calciatore?
“Mi emozionano tutti i ricordi che ho, tutte le partite che ho fatto sono state emozionanti, anche perché credo che il calcio di allora, a parte fosse diverso da quello di adesso, aveva dei sentimenti che avevano un’importanza incredibile. L’attaccamento alla maglia, il rapporto con i compagni, c’era un costante vivere fuori dal campo assieme e quindi per me quei ricordi sono stati anni di intensità, anni che ricordo con grande emozione”.
Questo sentimento di attaccamento alla maglia che ha raccontato è un qualcosa che poi si è ritrovato anche quando è stato a Parma da allenatore? Vedendo anche quando è tornato nel 2015 dopo il fallimento dello stesso Parma, si percepisce un suo sentimento di attaccamento ai colori gialloblù, sapendo di aver contribuito a scrivere grandi pagine della storia di questa squadra.
“Assolutamente, questa è un’analisi molto seria, molto concreta. Il fatto che mi abbiano richiamato i dirigenti dell’allora Parma fallito che hanno visto la possibilità di riprendere un percorso come era stato fatto qualche anno prima, mi ha dato una carica importante. Chiaramente ero presidente di un gruppo di ragazzi che poi si è rivelato molto importante proprio perché abbiamo fatto il campionato dilettanti senza perdere una partita e quindi stavamo costruendo un Parma che poi si sarebbe dimostrato negli anni successivi valido e capace di arrivare di nuovo in Serie A in pochissimo tempo. E noi abbiamo gettato le basi di quel ritorno in Serie A che Parma meritava”.
C’è anche un po’ di soddisfazione personale a vedere di nuovo il Parma oggi in A, avendo vissuto in prima persona il momento della rifondazione.
“Assolutamente, quel Parma è figlio nostro, è figlio di quei primi anni di grosse difficoltà sia economiche che tecniche che il Parma ha vissuto nel momento del fallimento. Poi a questo Parma sono legato da un’amicizia importante con l’allenatore molto giovane Carlos (Cuesta ndr) con il quale sono costantemente in contatto e di cui sono grande tifoso. Lo seguo proprio perché credo che questo Parma meriti. Infatti adesso sta ritornando dopo due vittorie consecutive in una posizione di classifica molto più tranquilla e mi auguro che la gara con il Milan possa dare ancora di più la possibilità di avanzare in classifica”.
Pensa il Parma possa fare davvero risultato a Milano e tornare a casa con dei punti come fatto all’andata?
“Non posso promettere o pensare, ma io lo spero perché sono tifoso di questi ragazzi, con i quali appunto, sono stato in contatto ultimamente. Ma soprattutto per l’allenatore che ritengo abbia delle qualità morali molto importanti”.
Com’è nato questo contatto con Cuesta?
“È nato così, per caso, anche perché io avevo abbandonato un po’ i campi di calcio, nel senso che ero stanco di vedere un calcio che non mi piaceva. Invece in occasione delle feste natalizie ho avuto la possibilità di stare assieme qualche minuto con questo allenatore e basta un momento per capire che le persone sono di altissimo livello ed è nata così tra di noi un’amicizia che spero rimanga per lungo tempo”.
Anche per Cuesta avere un punto di riferimento come lei è tanto, visti anche i suoi successi sulla panchina ducale.
“Carlos ha avuto l’umiltà di chiamarmi a Collecchio per incontrarmi con i giocatori del Parma. Adesso ho promesso che appena mi sarà possibile andrò a salutarli e a dare una spinta alla squadra. Spero che Carlos riesca a portarli non solo alla salvezza ma ad arrivare a traguardi che il “nostro” Parma è riuscito ad avere in tempi lontani”.
Proprio parlando di questi momenti, oggi come ricorda la Coppa Italia del 1992 che è stato il primo trofeo vinto dal Parma?
“Anche quella, al di là della promozione in Serie A avvenuta due anni prima, è stata la prima vittoria importante, avvenuta contro la Juve. È stato il primo successo che poi ha dato il là alle vittorie successive”.
Lei come si spiega i successi arrivati in quegli anni per una squadra che era per la prima volta in Serie A?
“Io credo che al di là di tutto il merito va ai calciatori, perché sono stati loro ad essere prima uomini e poi giocatori. È chiaro che in alcuni momenti l’allenatore non conta niente ma in altri momenti l’allenatore è fondamentale. Io credo di aver dato loro la possibilità di esprimere se stessi con grande serenità, perché tra di noi c’erano veramente una simbiosi, un’armonia, una correttezza e una stima reciproca incredibile e credo che questa sia stata la benzina per il motore di quel periodo di quel grande Parma. Credo che quel Parma sia una squadra veramente difficile da copiare o imitare. Io vado orgoglioso di quella squadra, ma il merito credo che vada attribuito alla capacità di questi calciatori di essere umili, di essere sereni e di essersi divertiti in ogni momento, sia in campionato che in Coppa che nella vita privata di tutti i giorni”.
Lei arriva al Parma nel 1989 dopo aver allenato la Reggina in Serie B. Com’è arrivato in Emilia?
“La Reggina, dopo due campionati di altissimo livello, non intendeva rinnovarmi il contratto e alla fine del secondo campionato un dirigente del Parma mi ha chiamato chiedendomi se fossi libero.
Ho detto sì e in quel momento mi disse una cosa”.
Quale?
“Scala, se fa a Parma quello che ha fatto a Reggio Calabria, lei ha il calcio ai suoi piedi. Infatti mi ha detto che Parma è come via Monte Napoleone, di lì la gente viene, guarda, ascolta e infatti così è stato. Parma è stata una vetrina importante e per fortuna le cose sono andate bene e poi tutto il resto è storia”.
Le è dispiaciuto non aver vinto lo scudetto col Parma?
“No, non mi è dispiaciuto perché non eravamo ancora all’altezza, non eravamo una squadra tanto forte da poter ambire a quel traguardo. Ci siamo arrivati molto vicini, però c’erano squadre molto più forti di noi tipo la Juve di quel periodo che ci ha sempre contrastato e quindi avevamo il dovere di ammettere che i bianconeri, in quel momento, erano più forti di noi. Però noi giocavamo con la nostra umiltà e siamo riusciti ad arrivare anche sul tetto d’Europa”.
Perché poi il rapporto professionale con il Parma si è interrotto?
“Come tutte le cose, anche quelle belle a un certo punto finiscono. Dopo sette anni era anche logico che il Parma cercasse nuove motivazioni. Io ho accettato quella decisione con grande serenità anche perché dopo sette anni era anche giusto cercare altre alternative. Mi sono riposato per un attimo e poi ho trovato queste alternative in Ucraina, in Germania, in Russia e quindi mi sono divertito a cercare alternative in campi diversi, in ambienti diversi, in nazioni diverse e non mi sono pentito assolutamente perché ho dei ricordi molto belli delle esperienze che ho fatto”.
Riguardo al calcio di oggi, le chiedo una cosa riferita ad Allegri come allenatore. Raramente si lascia andare ad una critica diretta nei confronti di un suo calciatore davanti alle telecamere o ai microfoni. Questo aspetto quanto conta a livello di fiducia ricevuta per un giocatore?
“Quello che lei mi dice di Massimiliano mi porta a fargli i complimenti perché è una cosa fondamentale. Per me questa è l’unica strada per dare la possibilità ai calciatori di esprimersi senza tensione e senza problemi”.
Invece per gli altri calciatori avere un fuoriclasse come Modric nello spogliatoio che ha grande esperienza, in cosa potrebbe aiutarli maggiormente?
“Al di là delle qualità tecniche, credo che l’esempio di un giocatore così, sia fondamentale per i giovani calciatori e quindi credo che la scelta di Modric che il Milan ha fatto, sia stata una scelta molto intelligente e molto lungimirante, perciò io mi auguro che questo calciatore continui ad essere un faro nel gruppo dei calciatori che cerca di crescere e che sicuramente lo farà in futuro”.





