Francesco Raiola
C’è un momento dal quale, probabilmente, bisognerebbe ripartire per provare a comprendere le difficoltà dell’attuale Napoli. È la conferenza stampa che accompagnò l’addio di Antonio Conte e la separazione da Aurelio De Laurentiis. In quell’occasione emerse pubblicamente una divergenza significativa tra il presidente e l’allenatore. De Laurentiis sosteneva che, senza la lunga serie di infortuni, il Napoli avrebbe potuto vincere il campionato. Conte, invece, non fu dello stesso avviso, smentendo apertamente quella ricostruzione. Un passaggio che, riletto oggi, assume un significato particolare: forse i problemi della squadra erano già più profondi di quanto si volesse ammettere.
La prima criticità riguarda la programmazione e, inevitabilmente, il mercato. La sensazione è che sia stata sopravvalutata la consistenza di una rosa che arrivava da una stagione estremamente dispendiosa, non soltanto sul piano fisico ma anche su quello mentale. Il lavoro di Conte aveva richiesto un dispendio enorme di energie, lasciando probabilmente in eredità un gruppo che avrebbe avuto bisogno di nuovi stimoli, alternative e soprattutto maggiore profondità. Il mercato, invece, non sembra aver risposto adeguatamente a queste esigenze. Si è ripartiti con troppe certezze e poche garanzie, sottovalutando la necessità di rinnovare e riequilibrare l’organico.
A complicare ulteriormente il quadro ci ha pensato l’emergenza infortuni, diventata ormai una costante. È evidente che non tutti gli stop siano riconducibili a responsabilità mediche o atletiche, ma la frequenza delle indisponibilità impone comunque una riflessione sul lavoro complessivo dello staff sanitario e sulla gestione dei recuperi. Una squadra costretta continuamente a modificare assetto, uomini e soluzioni perde inevitabilmente continuità, automatismi e competitività.
Anche Massimiliano Allegri, pur essendo probabilmente tra i meno responsabili delle criticità iniziali, non è esente da valutazioni. Ha ereditato una situazione complessa, ma finora non è riuscito a imprimere alla squadra una svolta caratteriale evidente. Soprattutto, non sembra ancora aver trovato la chiave per entrare nella testa dei calciatori e restituire loro fiducia, convinzione e capacità di reazione. Il Napoli appare spesso fragile quando è chiamato a inseguire, quasi incapace di cambiare inerzia alle partite dopo aver subito uno svantaggio.
E qui entrano in gioco anche i giocatori. Perché gli infortuni possono condizionare le prestazioni, le scelte tecniche possono essere discutibili e il mercato può aver lasciato lacune, ma non spiegano completamente l’atteggiamento di una squadra che in diverse occasioni ha mostrato apatia e scarsa reattività. La componente mentale, in questo momento, sembra pesare almeno quanto quella atletica e tattica.
Il quadro complessivo racconta dunque di responsabilità diffuse, che chiamano in causa la società, la programmazione tecnica, lo staff e lo stesso gruppo squadra. Non esiste un unico colpevole, ma una serie di scelte e situazioni che si sono sommate fino a produrre una crisi difficile da nascondere.
Resta, infine, un aspetto che rende tutto ancora più significativo: questa doveva essere la stagione del centenario. Un appuntamento storico che avrebbe richiesto una programmazione all’altezza della ricorrenza e un Napoli protagonista, dentro e fuori dal campo. I tifosi si aspettavano ben altro. Perché un centenario non si celebra soltanto con le commemorazioni e le iniziative, ma soprattutto con una squadra capace di rappresentare degnamente la propria storia. E oggi, purtroppo, è proprio questo che sembra mancare.


