Massimo Ciccognani
José Mourinho non è più l’allenatore della Roma, sollevato dall’incarico a pochi giorni dal 26 gennaio, giorno del suo compleanno. Un monumento che lascia il calcio italiano, da martedì più povero. Perché José è il calcio fatto uomo, e non solo per quello che ha vinto che pure lo pone tra i cinque top player al mondo, in compagnia di Sir Alex Ferguson, Pep Guardiola, Mircea Lucescu, Valeriy Lobanovskyi. Alla Roma era approdato nel maggio del 2021, guidando i giallorossi della Capitale alla conquista della Conference League a Tirana il 25 maggio del 2022 contro il Feyenoord, e alla finale di Europa League a Budapest nella stagione successiva contro il Siviglia, finale oscurata dfalla mancata concessione di un calcio di rigore a pochi minuti dalla fine che avrebbe potuto regalare il secondo titolo in due anni, cose mai viste a Roma. L’errore dell’arbitro Taylor è il rimpianto maggiore per una piazza che ha vinto poco e quando è riuscita a farlo è perché alla guida c’erano grandissimi allenatori: Niels Liedholm, Fabio Capello e, appunto, José Mourinho. Ecco perché fa male questo esonero, perché José aveva perfettamente incarnato lo spirito romanista. E non meritava questo schiaffo.
Chi vince scrive la storia, gli altri possono soltanto leggerla. E lui, José Mopurinho da Setubal, la storia l’ha scriutta. Eccome. Ventisei trofei conquistati in carriera, l’unic o ad aver vinto in tutte le competizione Uefa. Non a caso lo chiamano lo Special One, perché lui, è speciale davvero. Una storia scritta a pelo d’erba,dal 2002 quando assunse la guida del Porto. Da allora, un vortice di emozioni, di successi. Ovunque è andato ha lasciato il segno e arricchito le bacheche. Dal Manchester United al Chelsea, dall’Inter al Real Madrid e naturalmente il Porto dei miracoli e quella Roma che ha portato a vincere un trofeo (la Conference League), che sulle rive del Tevere non si era mai visto.
Era il 4 maggio del 2021 quando venne annunciato dai Friedkin quale nuovo manager della Roma. Una città impazzita per l’arrivo di un vincente, quasi a voler ripercorrere la strada di Nils Liedholm e Fabio Capello, gli unici che sono riusciti a portare nell’era contemporanea, lo scudetto a Roma. José si è innamorato da subito del progetto, ma soprattutto di Roma, la passione di gente che come lui, vuole solo vincere. Ed è stato amore a prima vista. Accordo triennale, l’arrivo di Rui Patricio e Abraham a sostenere le basi del progetto. Il successo (2-1) sul Sassuolo per festeggiare le 1000 panchine in carriera, la corsa sfrenata verso la Sud col pugno chiuso. José, uno di noi, uno della Curva Sud che l’ha subito amato.
Il primo anno è stato subito trionfo, la notte di Tirana, la vittoria della neonata Conference League, le lacrime di gioia in quel 25 maggio, il successo sul Feyenoord e quella coppa alzata al cielo. I caroselli per Roma. Il futuro sta nascendo. Grazie a lui arrivano in giallorosso Dybala, Matic e Wijnaldum. La Roma si concentra sull’Europa League: mette in fila Salisburgo, Real Sociedad, Feyenoord e Bayer Leverkusen, ed è ancora finale, a Budapest contro il Siviglia. Gli errori dell’inglese Taylor gli impediscono di vincere il secondo titolo di fila. E’ polemica per quella coppa che la Roma avrebbe meritato. Così non è stato. Nessuno a proteggerlo. Decide di rimanere in giallorosso, ma le cose non vanno bene e il 16 gennaio 2024, l’esonero.
Uno schiaffo in faccia all’uomo al quale non sono stati dati i mezzi per continuare il processo di crescita. Quel progetto sostenibile, non è andato avanti. Colpa del fair play, di fatto a Mourinho, e alla Roma, è stata negata la possibilità di vincere ancora. Un giorno triste che non si aspettava nessuno. Roma sognava lo scudetto accanto al suo condottiero, uno che che ci ha sempre messo la faccia, difeso Roma e la Roma. Contro tutti. Ma la Roma non ha difeso lui. E il giorno dopo il suo esonero, il calcio romano, ma anche quello italiano, è davvero più povero. Non se lo meritava. Grazie di tutto, José.










