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Questione di gol (e di fiducia)

Nella foto: Roberto Mancini e Ciro Immobile (Foto Gino Mancini)

di Dario Ricci *

La fiducia. Uno straordinario, poderoso, inesauribile combustibile. Difficile tra localizzare o estrarre più di oro e petrolio, eppure, una volta trovato, sostanzialmente inesauribile. E’ questo il propellente che Roberto Mancini ha deciso di instillare in quantità industriale nel serbatoio della “sua” Italia, in vista di quella sfida con la Svizzera che venerdì a Roma varrà di fatto il viaggio diretto per i controversi Mondiali di Qatar 2022. Del resto – aldilà di alchimie tattiche e strategiche che certo non gli sono estranee – non è stata finora proprio la “fiducia” la cifra stilistica, il marchio di fabbrica del Mancio commissario tecnico?

Fiducia con i tifosi da ricostruire dopo la fallimentare (mancata) campagna di Russia 2018; fiducia nel proprio gruppo di lavoro; fiducia nella propria idea di gioco; fiducia dei giocatori in se stessi e nella nuova via indicata dal tecnico. Non sorprenda allora che le prime parole che Mancini ha voluto pronunciare aprendo il ritiro di Coverciano in vista della sfida con la Svizzera (da cui dipenderà il peso specifico di quella del lunedì dopo a Belfast con l’Irlanda del Nord), siano state improntate proprio da questo concetto, “fiducia”, senza invece evidenziare con toni allarmistici (che pure sarebbero stati giustificati, vista la situazione generale) le pur tante assenze che inevitabilmente condizioneranno lavoro, ragionamenti e scelte del ct. 

Insomma, a detta del Mancio, par di intendere che lo zaino di un’Italia che ha sopravanzato a luglio il resto d’Europa per tanta qualità e… due rigori, non abbia alcuna necessità di essere appesantito da ulteriori pressioni, derivanti dalle attese dell’oggi (la Nations League in cui abbiamo incrociato Spagna e Belgio e intravisto da vicino la Francia, ha fatto venire ovvio gran voglia di misurarsi pure con Brasile, Argentina – che già incroceremo a giugno 2022 nella neonata Supercoppa delle Nazioni –  e compagnia bella…) e dai fantasmi di ieri.

Tanto lo era da sublime calciatore, quanto lo è ora da ct (meno, in effetti, da allenatore di club…) Mancini, a liberarsi dalla ferrea marcatura del mainstream per difendere le proprie convinzioni. Ovvio che se Lukaku fosse nato a Bergamo o Palermo una maglia azzurra gliela troverebbe volentieri, ma se al centro dell’attacco della sua Nazionale (campione d’Europa, per inciso…) si ritrova Ciro Immobile (o più raramente il “Gallo” Belotti), ecco il Mancio ha deciso di farsene serenamente una ragione. Per diversi motivi (soprattutto a lui) evidentissimi. L’ultimo dei quali è un sano realismo, il primo è il sostantivo di cui sopra: fiducia. Senza trascurare un elemento, questo sì, assolutamente più chiaro a chi campi di calcio a quel livello li ha calcati, piuttosto che a chi invece quegli stessi campi da gioco li ha visti pur innumerevoli volte dall’alto di una gradinata o di una tribuna stampa: un giocatore si rispecchia nei numeri che produce, o in quello che fa in campo? E i numeri sono sufficienti a legittimarne in toto l’utilizzo, o c’è qualcosa, un X Factor, che sfugge al calcolo e all’occhio, e che pure pesa – eccome se pesa! – nel computo emotivo finale?

Se da quasi tre anni Azzurra se la gioca alla pari con le big continentali, ecco probabilmente questo accade (anche) perché Immobile è funzionale al gioco della squadra di Mancini meglio e più di quanto non dicano le cifre totali, i gol sbagliati, le incertezze a livello internazionale che hanno a tratti segnato la carriera dei uno dei più prolifici bomber del nostro calcio (in particolare entro i patrii confini). In sintesi, nell’era dei logaritmi spinti e invasivi, sarebbe un errore di fretta o magari di “ipervalutazione”, immaginare che Azzurra girerebbe con gli stessi ritmi, volumi, dinamismi, solo sostituendone asetticamente e acriticamente uno dei pistoni più rilevanti. Le alternative vanno individuate, costruite, plasmate, e dove non arriverà il tempo o il lavoro, il Mancio supplirà col robusto propellente di cui si parlava sin dalla prima riga, forse il segreto più intimo e al tempo stesso evidente del capolavoro di Wembley.

*giornalista di Radio24-IlSole24Ore  

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